Ossia, come gli attori riescono ad entrare nella parte, sera dopo sera

Recitare, indossare i panni di un’altra persona, reale o fittizia, contemporanea o vissuta 500 anni fa, non è facile. Come non è facile farlo di sera in sera anche quando magari non si è in condizioni ottimali. Eppure bisogna farlo.

Ugualmente non deve essere semplice arrivare in un’altra città, gettare un’occhiata fuori dalla finestra dell’albergo, farsi un’idea della vita che in essa trascorre grazie al tragitto fino al teatro o alla pizzeria, affrontare i cittadini che diverranno spettatori per qualche ora.

Non deve essere facile salire sul palcoscenico e iniziare a recitare senza sapere se quella città apprezzerà o meno ciò che vedrà rappresentato. Eppure gli attori è quello che fanno. In ogni replica, in ogni nuova città, in ogni nuovo teatro, ogni volta davanti a nuove persone.

Se poi l’argomento trattato è delicato e anche un po’ spinoso come nel caso di Pochos, spettacolo su calcio e omosessualità, la cosa si fa ancora più complicata. Eppure Francesco Aricò, Emanuele D’Errico, Dario Rea,Francesco Roccasecca, Eduardo Scarpetta, diretti da Benedetto Sicca, non hanno perso un colpo. A rendere il tutto più difficile ci si è messa anche un’interruzione dello spettacolo dovuta alla pioggia. Eppure i giovani attori sono riusciti a non perdere la concentrazione.

Ma cose hanno fatto? Come fa un attore ad indossare i panni di un’altra persona? Come fa a tramutarsi, 10. 20, 30 minuti prima di salire su un palco, in qualcun altro, a prenderne l’orientamento sessuale, a condividerne idee e tragitto di vita? Gli attori di Pochos hanno tutti una propria tecnica di concentrazione, di translazione.

Chi fa yoga, chi gli esercizi tipici degli attori, chi inizia a ripetere la parte. Il regista non è da meno nel dare una mano in questo delicato passaggio. Entra nei camerini, parla, osserva, motiva gli artisti. Qualche minuti prima di abbandonare il caldo covo delle quinte, il classico rituale della ‘merda’ da teatro. Poi fuori, vada come vada, è stato fatto tutto quello che si doveva nel migliore dei modi.

Ulteriore pressione pochi secondi prima di andare a guardare in faccia il pubblico. Poi la liberazione. Le prime parole riescono a rompere la tensione e ad alleviare gli animi, anche di chi sta zitto o entra sul palco per ultimo. Si è in un altro mondo, si è un’altra persona, per certi versi. Si è sempre se stessi in altri. Questa mediazione è magia.

È l’attore che recita o è il personaggio che lo fa parla? E il pubblico apprezza, apprezza molto, apprezza ancora di più quando la mediazione non si vede, quando persona e personaggio sono una sola entità. Per questo non staccherà gli occhi dal palco, non perderà neppure una parola fino al triste commiato, l’inevitabile applauso.

I presenti andranno a casa con la sensazione di aver salutato per l’ultima volta, forse, un vecchio amico in procinto di partire per un lungo viaggio. Mentre gli attori si ritireranno con ordine nel loro piccolo rifugio e meditare sulla performance e a pensare alla prossima città.

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